A sei anni mi chiamavano “San Giuseppe” per via della mia passione a lavorare il legno per creare carretti, case nascoste tra gli alberi, per le quali puntualmente arrivava l’ordine di abbattimento e rimozione dai piani alti e poi piccoli arredi e scaffali su cui riporre le “invenzioni”.
In casa nessun’altro aveva la stessa passione e perciò non ho mai ricevuto insegnamenti per apprendere questo mestiere, ho sempre dovuto arrangiarmi. Inoltre la casa scarseggiava anche di attrezzi e l’arrangiarsi significava piantare le viti col martello, scolpire con i cacciaviti a taglio e segare il legno con le lame da ferro, cose da far rabbrividire (chi ha provato sa cosa significa) ma a quell’età (e poi per sempre) l’importante è sfogare le passioni.
Fu così che a sette anni chiesi come regalo per compleanno una morsa e un libro di invenzioni perchè nella mia testa pensavo esistesse un libro pieno di spunti interessanti per le mie opere e quando poi mi arrivò il libro con la raccolta delle invenzioni del XX secolo la delusione fu enorme ma la nascosi agli occhi dei miei, soddisfatti per aver trovato il “libro delle invenzioni”.
Con il tempo non feci molta strada come falegname perchè una volta sfogata la passione, se non arriva la conoscenza e l’attrezzatura la passione si spegne come una candela rimasta senza ossigeno. E poi con l’adolescenza la passione per il legno fu momentaneamente oscurata dal metallo delle marmitte e dei carburatori.
A tredicianni iniziarono i lavori di ristrutturazione della nostra casa e fu l’occasione per capire cosa avrei fatto nella vita. Per un anno passai tutti i pomeriggi in cantiere ad assorbire tutto quel fare, quel costruire e provare la grande soddisfazione nel vedere un progetto che dalla carta si realizza passo dopo passo, concretamente. Ammiravo la sapienza dei muratori, il loro saper fare e i loro attrezzi. Loro sì che ne avevano di attrezzi!
Non ci fu bisogno di uno psicologo per decidere di iscrivermi prima all’Istituto per Geometri A. Canova di Vicenza e poi alla Facoltà di Architettura di Venezia.
La via che avrei percorso era tracciata davanti a me con una chiarezza che solo ora riesco a comprendere.
L’esperienza delle superiori mi fornì moltissime nozioni tecnico-pratiche per me utilissime, se non altro per formare un approcio al fare, al progettare per poi costruire.
Durante l’università il campo visivo si allargò verso confini più lontani e principalmente si sviluppò in me un personale senso estetico della composizione degli elementi, dei volumi che formano un’opera.
Negli stessi anni non ho mai rinunciato a esperienze pratiche e lavorative di qualsiasi genere per nutrire il bisogno di sapere pratico equilibrando il sapere puramente intellettuale dell’università. Volevo arrivare alla laurea sapendo usare bene anche le mani, magari allungando il percorso di studi ma sentendomi completo.
Dal 2006, da quando lessi “La decrescita felice” di Maurizio Pallante si espansero in me nuove consapevolezze dovute al ribaltamento di alcuni punti di vista sul mondo, sulla società, sul sistema di lavorare, produrre, consumare e creare rifiuti in un ciclo sempre più breve. Questò cambiò radicalmente la percezione di ogni aspetto della vita, del mio impatto sul mondo attraverso le mie azioni e cambiò moltissimo la mia visione sul fare architettura. Mi resi conto che il treno stava ormai viaggiando su altri binari e cercai di occuparmene con la tesi riguardante appunto la linea ferroviaria Vicenza-Schio con le sue stazioni, le aree e gli edifici dismessi, la rete urbana sviluppata intorno. Cercavo un progetto che si occupasse di mobilità sostenibile, del recupero di luoghi abbandonati e della connessione con questo e i paesi attraversati. Ci riuscii solo in parte.
Smaltita la sbornia post laurea bussai a tre porte, gli unici tre studi di archiettura della provincia orientati a promuovere e sviluppare un modo di pensare, progettare e costruire sostenibile ma l’andamento economico non mi aiutò a farne parte.
Avevo escluso completamente l’idea di entrare in uno studio per progettare con cemento e mattoni casette a schiera, condomini e lottizzazioni, trattandosi di direzioni contrarie alla mia, inutili e con un forte impatto ambientale. Pensavo, e penso tutt’ora: “sarò sempre architetto ma lo farò solamente attraverso attività etiche in grado di soddisfare non solo me stesso, ma allo stesso modo gli altri e l’ambiente che ci ospita”.
In attesa di questo ritornai ad occuparmi di altro, soprattutto per pagare affitto e bollette, compresa un’esperienza nel laboratorio di mio zio-artigiano-inventore in cui, grazie a lui, ho affinato una certa saggezza pratica. Il suo motto è: “la testa vale più delle mani”.
Collezionavo esperienze, alcune molto belle e altre meno, ma tutte destinate a realizzare progetti altrui, sogni di altri, non i miei.
L’occasione per riprendermi in mano la vita e i miei progetti arrivò nel 2011 lasciando la casa in affitto e il lavoro. Questo cambiamento radicale fatto assieme a Silvia è stata la base di partenza che ci ha condotti fino a Posina nel 2012.
Nella primavera dello stesso anno e dopo una serie di circostanze che mi riconducevano a questa disciplina mi iscrissi all’Imperial School of Feng Shui per frequentare il primo modulo. Mi stavo tuffando in una cultura che ora sento molto vicina per la filosofia antica che ha saputo sviluppare rispetto al Cosmo in cui viviamo mentre prendeva finalmente forma l’ipotesi di “fare” l’Architetto diffondendo benessere nel mondo, incastro perfetto! Architetto dello spazio e non della materia, dell’energia di cui sono fatti i mattoni. Ho amato fin da subito l’idea di intervenire su ciò che è già costruito per migliorarlo, per aiutare altre persone a ritrovare armonia con i corpi architettonici in cui vivono.
Sempre in primavera, non a caso stagione propizia per far partire nuovi progetti, ci trasferimmo a Posina. In questa casa, il Nido di paglia, ho ritrovato l’entusiasmo dell’infanzia, ho ricucito uno strappo di vent’anni, avendo a disposizione tempo e qualche attrezzo in più per riprendere a progettare e costruire, liberamente, solo per noi.
La cucina fu il primo lavoro a cui seguirono i mobili per il bagno, il letto, la cabina armadio e altre opere minori sparse per la casa. Il contatto con la natura e le lunghe passeggiate favorirono l’esplosione di idee e ben venga il tempo per poterle sperimentare. La soddisfazione fu enorme e iniziò a farsi strada la possibilità che questa passione potesse diventare qualcosa in più, ed eccomi qua.
Il 19 ottobre 2013, superando l’esame di abilitazione, ho ricevuto il diploma di consulente in Chue Style Feng Shui.
Da giugno 2014 siamo atterrati nuovamente in pianura per vivere un nuovo capitolo della nostra esistenza e di cui, in queste pagine e se vorrete, ne scoprirete l’evoluzione.